Un frammento di pelle ritrovato nello stomaco di un canide mummificato nel permafrost riporta alla luce l’eco di un antico ecosistema, gettando nuova luce sull’estinzione della megafauna dell’ultima era glaciale.

Un cucciolo congelato nel tempo
Nel cuore della Yakutia, regione tra le più fredde della Siberia, il permafrost si comporta come una capsula del tempo, preservando resti organici con un dettaglio sorprendente. Tra i ritrovamenti più recenti e intriganti c’è il corpo quasi intatto di un cucciolo di canide, risalente a circa 14.000 anni fa, soprannominato dagli studiosi “il cucciolo di Tumat”. Ma a renderlo davvero straordinario è ciò che custodiva al suo interno: un frammento di pelle appartenente a una creatura leggendaria dell’era glaciale.
Durante l’autopsia, un lembo di pelle pelosa ha catturato l’attenzione dei ricercatori. All’inizio si è pensato a un leone delle caverne, ma le analisi genetiche hanno rivelato un’identità ben più sorprendente. La scoperta ha aperto un varco nello studio degli ecosistemi pleistocenici, offrendo uno spaccato tangibile sulla catena alimentare dell’epoca.
Nel ventre del predatore
Il cucciolo di Tumat era probabilmente un giovane lupo o un antenato del cane domestico, morto all’improvviso, forse a causa di una frana o di una caduta accidentale. La straordinaria conservazione dei tessuti molli ha permesso ai ricercatori di effettuare indagini genetiche sul suo ultimo pasto. È proprio lì, nello stomaco fossilizzato, che si è celata la traccia di una preda inattesa.
Gli esperti del Centro di Paleogenetica di Stoccolma hanno isolato e sequenziato il DNA mitocondriale del frammento di pelle. I risultati sono stati netti: si trattava di un rinoceronte lanoso (Coelodonta antiquitatis). Questo ritrovamento è eccezionale non solo per l’identificazione della specie, ma per la possibilità – rara – di studiare la relazione tra predatore e preda attraverso le migliaia di anni.
La datazione al radiocarbonio ha confermato l’età del frammento: 14.400 anni, collocandolo in una fase cruciale della storia naturale, poco prima della scomparsa definitiva del rinoceronte lanoso.
Necrofago o cacciatore? Le ipotesi in campo
Ma come ha fatto un cucciolo a nutrirsi di un animale che poteva pesare fino a due tonnellate? La domanda è tutt’altro che banale. Un piccolo lupo, da solo, non avrebbe mai potuto abbattere un gigante erbivoro. Gli scienziati ipotizzano che si sia trattato di necrofagia, con il cucciolo intento a nutrirsi dei resti di un animale morto naturalmente. Altri suggeriscono un attacco di gruppo da parte di un branco, forse contro un esemplare malato o giovane.
Il dettaglio rilevante è che il pasto avvenne poco prima della morte del canide, suggerendo un ecosistema attivo e competitivo, in cui la lotta per il cibo era costante. Il rinoceronte lanoso rappresentava un’enorme fonte calorica, ma anche un rischio mortale. Questa interazione diretta tra specie svela le strategie di sopravvivenza adottate nella steppa pleistocenica, dove clima e predazione convivevano in un equilibrio delicato.

Tracce genetiche di un’estinzione
Le analisi genetiche del rinoceronte rinvenuto nel cucciolo di Tumat offrono nuove prospettive sulla scomparsa della megafauna glaciale. Per decenni, gli scienziati si sono interrogati sulle cause dell’estinzione: sovrapopolazione umana, caccia eccessiva, o mutamenti climatici? I dati più recenti, grazie a questa scoperta, puntano con decisione sulla terza opzione.
I rinoceronti lanosi, fino a poco prima della loro estinzione, mostravano una buona diversità genetica, segno di popolazioni ancora vitali. È il cambiamento climatico post-glaciale, con il rapido innalzamento delle temperature e l’avanzare delle foreste al posto della steppa-tundra, ad aver probabilmente sancito il loro destino.
Oggi, grazie alla paleogenomica, è possibile ricostruire interi ecosistemi perduti a partire da campioni minuscoli. I frammenti analizzati hanno persino rivelato la presenza di batteri e parassiti, aprendo nuove strade nello studio della salute degli animali preistorici. E il permafrost si conferma una risorsa scientifica cruciale, da preservare con cura in un’epoca in cui i cambiamenti ambientali tornano a mettere alla prova la sopravvivenza delle specie.

