Le più recenti osservazioni satellitari rivelano un’accelerazione allarmante dello scioglimento nel cuore del continente bianco.

Un colosso in bilico
Non è più solo un remoto deserto di ghiaccio. L’Antartide, una volta simbolo di immobilità e silenzio, è oggi al centro del dibattito climatico globale. Al suo interno, il Ghiacciaio Thwaites emerge come uno dei punti più critici da monitorare: le immagini satellitari più recenti ne documentano la crescente instabilità. Gli scienziati lo osservano da vicino, consapevoli che la sua tenuta è una variabile chiave per il futuro delle coste mondiali. I segnali di cedimento non si fanno attendere e la comunità scientifica internazionale si interroga su quanto velocemente questo gigante potrebbe influenzare l’innalzamento del livello dei mari.
Un ruolo cruciale nella geografia del ghiaccio
Con i suoi 192.000 chilometri quadrati di estensione, il Thwaites non è solo un ghiacciaio: è un ingranaggio essenziale del fragile sistema antartico. La sua vastità è paragonabile a quella del Regno Unito, e la sua posizione strategica nell’Antartide Occidentale lo rende un vero e proprio baluardo naturale. Funziona come un argine, frenando il movimento verso l’oceano di immense masse glaciali retrostanti. Se questo argine cedesse, si innescherebbe un rapido deflusso di ghiaccio che potrebbe destabilizzare l’intera regione.
Una delle sue vulnerabilità principali è la base instabile su cui poggia. A differenza di altri ghiacciai ancorati su rocce emerse, il Thwaites scivola su un letto roccioso situato sotto il livello del mare, inclinato verso l’interno del continente. Questa particolare configurazione consente alle correnti oceaniche di insinuarsi al di sotto della massa ghiacciata, corrodendola dal basso in un processo tanto silenzioso quanto irreversibile.
L’assalto invisibile delle correnti oceaniche
Non è solo l’aria più calda a erodere il Thwaites. La minaccia più subdola arriva dalle acque profonde dell’Oceano Australe. Correnti cariche di acqua calda e salina stanno risalendo fino alla “grounding line”, il punto cruciale dove il ghiaccio aderisce ancora alla roccia. Una volta che questa linea arretra, il ghiacciaio diventa instabile, predisposto a fratture e distacchi improvvisi.
Grazie a robot sottomarini e sensori radar, gli studiosi hanno mappato la formazione di tunnel sotto la superficie glaciale. Canali invisibili che permettono all’acqua di infiltrarsi sempre più in profondità, accelerando lo scioglimento dall’interno. In alcune zone, la pressione e la salinità creano vere e proprie sacche di vulnerabilità. Il meccanismo è perverso: più il ghiaccio si assottiglia, più facilmente l’acqua calda penetra, innescando un effetto domino che rende inevitabile il distacco di porzioni sempre più grandi del ghiacciaio.

Un rischio globale con conseguenze locali
Il soprannome “Ghiacciaio dell’Apocalisse” non è frutto di esagerazioni. Il Thwaites è già responsabile di circa il 4% dell’attuale innalzamento dei mari, ma le proiezioni sul lungo termine sono ancora più preoccupanti. Il suo collasso completo potrebbe causare un incremento del livello oceanico di circa 65 centimetri. Un dato che, preso isolatamente, potrebbe sembrare contenuto, ma che in realtà significherebbe la riscrittura della geografia costiera di numerose città nel mondo.
Il pericolo più inquietante, tuttavia, non si esaurisce nel singolo ghiacciaio. Il Thwaites sostiene come un contrafforte l’intera calotta dell’Antartide Occidentale. Se venisse meno, i ghiacciai circostanti perderebbero il loro punto di equilibrio, accelerando la loro corsa verso il mare. Le stime più estreme parlano di un possibile aumento del livello oceanico fino a tre metri nei prossimi secoli. Un impatto che travalicherebbe l’ambito ambientale, trasformandosi in un’emergenza umanitaria e geopolitica su scala planetaria.
