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Dendrocnide moroides, la pianta più dolorosa al mondo

Dendrocnide moroides, la pianta più dolorosa al mondo
Photo by Volker Rauch- Shutterstock
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I suoi peli urticanti rilasciano neurotossine micidiali che causano dolore per settimane e si attivano anche mesi dopo il contatto.

Dendrocnide moroides, la pianta più dolorosa al mondo
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Un’apparenza ingannevole

Tra le fronde verdi delle foreste pluviali australiane, la Dendrocnide moroides si mimetizza con eleganza. Le sue foglie ampie, a forma di cuore e ricoperte da una sottile peluria, sembrano invitare al tatto. Ma dietro quell’aspetto innocuo si cela un meccanismo di difesa micidiale. Appartenente alla famiglia delle Urticaceae, cresce fino a tre metri e si confonde facilmente con la vegetazione circostante, aumentando il rischio di incontri accidentali.

L’arma segreta: trichomi di vetro

La superficie della pianta è interamente ricoperta da peli urticanti, detti trichomi, composti da silice: veri e propri aghi di vetro. Al minimo contatto, questi microfilamenti si spezzano nella pelle e rilasciano una tossina che attacca direttamente i recettori del dolore. Il risultato è un dolore immediato e prolungato, impossibile da alleviare con i comuni antidolorifici.

Una tossina che non dà tregua

Il veleno della Dendrocnide contiene la moroidina, un peptide che impedisce ai canali del sodio nelle terminazioni nervose di chiudersi, mantenendo costante lo stimolo doloroso. Recenti studi hanno identificato anche i gympietidi, neurotossine simili a quelle di alcuni animali marini velenosi. Il dolore può durare settimane, con riacutizzazioni improvvise anche mesi dopo l’esposizione, scatenate da stimoli lievi come freddo o pressione.

Dendrocnide moroides, la pianta più dolorosa al mondo
Photo by Ray Park Stock Photo- Shutterstock

Difesa invisibile e rischi ambientali

Non serve toccarla per essere colpiti: i suoi peli urticanti possono staccarsi e disperdersi nell’aria, creando un rischio anche solo respirandoli. Chi studia la pianta sul campo usa protezioni integrali. Incredibilmente, esemplari conservati in erbario da anni conservano ancora la loro tossicità. Alcuni animali, però, si sono adattati e si nutrono delle sue foglie senza conseguenze. Per gli esseri umani, invece, l’unica vera arma è la prevenzione.