Nuove evidenze archeologiche sulle alture pirenaiche mostrano che le comunità neolitiche non solo frequentavano la montagna, ma la sfruttavano in modo organizzato per estrarre minerali preziosi e pigmenti naturali.

Le recenti ricerche condotte nei Pirenei stanno aprendo una finestra sorprendente sulle prime attività estrattive dell’umanità. Per molto tempo si è pensato che le aree d’alta quota fossero territori marginali, difficili da abitare e usati al massimo per passaggi stagionali o battute di caccia. Oggi, invece, le prove raccolte in una grotta situata sopra i duemila metri raccontano una storia diversa: quella di gruppi capaci di salire fin lassù con uno scopo preciso, organizzando un’attività di estrazione stabile e complessa. Davvero un’immagine molto più avanzata di quanto si immaginasse per il Neolitico.
Una grotta d’alta quota che riscrive il passato
Il sito, noto come la “Grotta dei 2.000 metri”, si trova a circa 2.115 metri di altitudine, incastonato in un paesaggio aspro e spettacolare. Raggiungerlo non è semplice nemmeno oggi: pareti rocciose, sentieri difficili e condizioni meteo imprevedibili rendono l’accesso impegnativo anche per i ricercatori moderni. Eppure, migliaia di anni fa, quel luogo era tutt’altro che isolato. Era un punto strategico, usato in modo sistematico per l’estrazione di risorse minerarie.
La scoperta mette in discussione l’idea tradizionale secondo cui le comunità dell’Età della Pietra preferissero insediarsi quasi esclusivamente in valli fertili e zone dal clima più mite. I ritrovamenti indicano invece una conoscenza molto raffinata del territorio montano e delle sue potenzialità. Non si trattava di visite occasionali, ma di una presenza strutturata, con gallerie, aree di lavoro e tracce di scavo che parlano di pianificazione e di continuità. Insomma, la montagna non era un confine da evitare, ma una risorsa da sfruttare.
Ematite, goethite e il valore simbolico dell’ocra
Il cuore dell’attività estrattiva riguardava soprattutto due minerali: ematite e goethite. Entrambi erano fondamentali per ottenere l’ocra, uno dei pigmenti più diffusi e importanti nelle società preistoriche. L’ematite fornisce tonalità rossastre intense, mentre la goethite produce sfumature più giallo-brunastre. Non erano materiali qualsiasi: rappresentavano risorse preziose, utili sia sul piano pratico sia su quello simbolico.
La qualità del minerale individuato nella grotta suggerisce che gli antichi minatori sapessero bene dove intervenire per ottenere il prodotto migliore. Questo dettaglio è tutt’altro che secondario. Significa che esisteva una conoscenza precisa delle vene minerarie, delle caratteristiche della roccia e dei punti in cui scavare per ricavare pigmenti di valore superiore. In altre parole, una competenza tecnica notevole, affinata con l’esperienza e trasmessa nel tempo.

Datazione, cultura e nuove domande sul Neolitico
Per stabilire l’età del sito, gli studiosi hanno utilizzato il radiocarbonio, o Carbonio-14, analizzando i frammenti di carbone ritrovati all’interno delle gallerie. Questi resti, probabilmente legati alle torce impiegate per illuminare gli spazi sotterranei, hanno permesso di collocare l’attività mineraria nel Neolitico Medio e Superiore, circa 5.000 anni fa. Un periodo in cui le società umane stavano diventando sempre più articolate, con forme di organizzazione sociale, economica e simbolica decisamente più complesse.
L’analisi dei segni di scavo e delle superfici rocciose ha aggiunto un altro tassello importante: gli strumenti impiegati erano adatti a un lavoro preciso e mirato, non a un semplice sfruttamento casuale della cavità. Tutto lascia pensare a un sistema di estrazione ben coordinato, con spostamenti stagionali e gruppi specializzati che risalivano i pendii nei mesi più favorevoli, quando la neve si ritirava e la montagna diventava accessibile. Una mobilità molto più dinamica di quanto si fosse ipotizzato finora.

