Tra il 4 e il 5 giugno la Terra è stata investita da un forte flusso di particelle solari. Si tratta di un evento che può creare criticità per satelliti e reti tecnologiche, ma anche regalare uno spettacolo raro nei cieli notturni.

Nel momento in cui il Sole attraversa la fase di massima attività del suo ciclo undecennale, le sorprese non mancano. E questa volta l’attenzione è tutta rivolta a una tempesta geomagnetica che potrebbe avere effetti significativi sulla Terra. Le previsioni parlano di disturbi intensi del campo magnetico terrestre, con possibili conseguenze sui sistemi tecnologici e, allo stesso tempo, con una concreta possibilità di osservare fenomeni luminosi insoliti a latitudini più basse del solito. In altre parole: mentre gli esperti monitorano gli impatti, gli appassionati di astronomia sperano in uno degli spettacoli più affascinanti del cielo.
L’origine dell’evento: il Sole nel pieno della sua attività
Il protagonista di questa vicenda è ancora una volta il Sole, che in questa fase del suo ciclo mostra tutta la sua energia. Negli ultimi giorni, una regione particolarmente complessa di macchie solari ha prodotto una serie di brillamenti molto potenti, fino a raggiungere un evento di classe X1.0, tra i livelli più alti della scala usata per classificare le eruzioni solari.
A questi brillamenti si sono associate espulsioni di massa coronale, enormi quantità di plasma e campi magnetici proiettati nello spazio a velocità elevatissime. Quando una di queste nubi è diretta verso la Terra, il quadro può diventare ancora più interessante, soprattutto se arrivano più espulsioni in sequenza. In questi casi gli specialisti parlano di tempesta solare “cannibale”: la nube più veloce raggiunge e ingloba quelle precedenti, rafforzando l’impatto complessivo una volta che il materiale solare incontra la magnetosfera terrestre.
Come funzionano le espulsioni di massa coronale
Le espulsioni di massa coronale non trasportano soltanto plasma, ma anche porzioni del campo magnetico solare. Durante il viaggio nello spazio interplanetario, queste nubi restano cariche di energia e, quando raggiungono la Terra, si scontrano con il campo magnetico del pianeta dando origine a un sistema complesso di interazioni.
Se l’orientamento dei campi magnetici è favorevole, lo scudo terrestre può aprirsi temporaneamente, permettendo a particelle cariche come protoni ed elettroni di penetrare nelle regioni più alte dell’atmosfera. Qui, entrando in contatto con gli strati gassosi, producono l’emissione luminosa che conosciamo come aurora. È un meccanismo spettacolare, ma anche estremamente delicato dal punto di vista fisico.

Effetti, rischi e possibilità di vedere l’aurora in Italia
Secondo le previsioni diffuse dallo Space Weather Prediction Center della NOAA, la tempesta geomagnetica potrebbe raggiungere il livello G3, classificato come “forte”, con la possibilità di toccare temporaneamente anche il livello G4, cioè “severo”. Un’altra misura molto utile per capire l’intensità del disturbo è l’indice Kp, che in questo caso potrebbe arrivare a 7 o più su una scala da 0 a 9. Numeri che spiegano bene perché gli operatori del settore tengano alta l’attenzione.
I rischi principali non riguardano la salute delle persone sulla superficie terrestre, che resta protetta dall’atmosfera, ma le infrastrutture tecnologiche. Una tempesta geomagnetica di questo tipo può generare correnti indotte nelle reti elettriche, con possibili sovraccarichi ai trasformatori. Anche le comunicazioni radio ad onde corte possono subire interruzioni temporanee, mentre i sistemi di navigazione satellitare come il GPS possono risentire di una riduzione della precisione. Persino i satelliti in orbita bassa non sono immuni: il riscaldamento dell’alta atmosfera ne provoca l’espansione e aumenta la resistenza aerodinamica, rendendo talvolta necessarie piccole correzioni di traiettoria.
Ma per molti osservatori il lato più affascinante resta un altro: la possibilità di vedere l’aurora boreale in Italia. Quando la tempesta è intensa, l’ovale aurorale si allarga e si sposta verso latitudini più meridionali. Questo apre scenari interessanti soprattutto per il Nord Italia e per alcune zone appenniniche lontane dall’inquinamento luminoso. Detto questo, a queste latitudini il fenomeno raramente assume l’aspetto delle tipiche tende verdi che si ammirano in Scandinavia.
Più spesso, i cieli italiani possono colorarsi di archi rossi stabili, noti come archi SAR, oppure di deboli bagliori rossastri visibili ad alta quota. Si tratta di emissioni legate all’eccitazione degli atomi di ossigeno negli strati più alti della ionosfera. Il problema è che questi fenomeni sono molto tenui: in presenza di luci artificiali possono risultare difficili da distinguere a occhio nudo, lasciando magari solo una lieve sensazione di chiarore nel cielo.

