Ogni singola esperienza della nostra quotidianità si trasforma in una traccia unica, unendo le percezioni sensoriali al fattore tempo per dare forma coerente al nostro passato.

Il meccanismo attraverso il quale immagazziniamo un vissuto personale è tra i processi più complessi e affascinanti nel campo della neurobiologia. Quando richiamiamo alla mente un preciso momento del nostro passato, stiamo esplorando un vasto archivio interiore in cui la memoria episodica raccoglie molteplici frammenti sparsi, restituendoci una visione altamente coerente dell’evento. Comprendere a fondo le tappe biologiche che permettono a una semplice sensazione temporanea di trasformarsi in un patrimonio mentale permanente significa addentrarsi in un delicatissimo equilibrio di impulsi elettrici. Il cervello, per conservare stabilmente ogni singola informazione, scompone, elabora e riassembla i dati in modo estremamente dinamico e continuo.
Le prime fasi percettive
Tutto ha inizio dai nostri cinque sensi, i principali e fondamentali recettori del mondo esterno. Quando assaporiamo un piatto squisito, ammiriamo un paesaggio suggestivo o ascoltiamo una melodia, gli innumerevoli dettagli visivi, olfattivi e uditivi vengono istantaneamente catturati e smistati verso specifiche aree cerebrali di competenza. La corteccia peririnale si occupa di elaborare minuziosamente gli elementi strettamente legati all’input diretto dei sensi, mentre la corteccia paraippocampale gestisce e organizza le innumerevoli informazioni sull’ambiente spaziale circostante. Questi dati frammentati confluiscono poi molto più in profondità, all’interno della corteccia entorinale. Quest’ultima complessa struttura agisce come una sorta di infallibile navigatore interno, avvalendosi di particolarissime cellule disposte a griglia per mappare l’orientamento geometrico nello spazio e misurare l’inesorabile scorrere dei minuti. Solo a questo punto le informazioni raggiungono l’ippocampo, che funge da regista indiscusso nella complessa formazione dei ricordi. È proprio in questa profonda sede biologica che l’evento vissuto in prima persona riceve una vera e propria etichetta temporale e spaziale, diventando a tutti gli effetti un’unità ben distinta che non si confonderà in alcun modo con le innumerevoli altre esperienze simili registrate durante gli anni passati.
Il riposo e la ripetizione
Il fondamentale e prezioso momento in cui l’essere umano non è attivamente impegnato a processare, decodificare e analizzare i complessi stimoli provenienti dal caotico ambiente esterno è di vitale importanza per mantenere costantemente sano e performante il nostro gigantesco patrimonio mnemonico. Durante le silenziose ore notturne di riposo prolungato, e in modo ancora più incisivo e determinante nella specifica fase del sonno profondo caratterizzato dalle onde lente, il cervello in totale autonomia organica esegue una riproduzione silenziosa, automatica e incessantemente ripetuta dei medesimi e identici percorsi nervosi che avevamo attivato in piena coscienza durante le nostre ore di luce. Questa laboriosa e invisibile operazione di rilettura notturna favorisce in misura considerevole il definitivo e sicuro trasferimento dei pacchetti di dati immagazzinati con cura verso la corteccia prefrontale, liberando al contempo un preziosissimo e indispensabile spazio vitale che tornerà inevitabilmente utile per poter immagazzinare nuovi eventi e percezioni il giorno successivo. Il medesimo, ferreo principio logico neurobiologico spiega anche il reale motivo fisiologico per cui lo studio metodico o l’apprendimento strategico dilazionati in modo cadenzato nel tempo risultano universalmente così altamente efficaci per ogni singolo individuo.
Ripetere più e più volte un determinato e complesso concetto intellettuale a debita distanza di tempo, senza mai cadere nella deleteria trappola emotiva della frenesia dell’ultimo minuto, va concretamente a stimolare ciclicamente e regolarmente gli stessi identici circuiti cerebrali, rendendo in questo modo l’intera complessa trasmissione elettrochimica organica notevolmente più veloce, straordinariamente resistente alle ingiurie del tempo ed incredibilmente efficiente nella sua rievocazione.

Ricostruzione o semplice estrazione
Molto spesso, a causa di retaggi puramente culturali, tendiamo ingenuamente a immaginare la complessa architettura strutturale della nostra mente come una sorta di immensa, statica e impolverata libreria fisica, dalla quale possiamo in ogni istante estrarre vecchi e archiviati faldoni documentali mantenendoli rigorosamente e perfettamente intatti nella loro rigida forma originaria. In verità empirica, il semplice e all’apparenza spontaneo richiamo cosciente di un dato evento vissuto un tempo va inevitabilmente a innescare a livello neurologico cellulare un autentico, dirompente e travolgente processo di riconsolidamento. Nel momento esatto in cui la formidabile memoria episodica ci riporta a un dato frammento di vita estrapolato dal nostro passato, l’originaria traccia neuronale smette istantaneamente di essere considerata dalle cellule come un’entità inamovibile scolpita per sempre nel marmo e torna al contrario a essere del tutto provvisoria, altamente plastica alle sollecitazioni e incredibilmente malleabile alle impercettibili influenze esterne.
Durante questo sottilissimo, rapido e delicato passaggio biologico in cui la nostra mente, per così dire, riapre momentaneamente il file di sistema per la lettura visiva, una banalissima e passeggera distrazione esterna, una minuscola e fuorviante suggestione verbale indotta per caso da un interlocutore o persino il nostro stesso inconscio, profondo desiderio di colmare alcune fastidiose lacune logiche del passato, possono finire concretamente per alterare e riscrivere pesantemente alcuni minimi ma essenziali dettagli di contorno dell’evento cardine.

