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Istamina e memoria: l’inaspettato impatto sulle funzioni cognitive

Istamina e memoria: l’inaspettato impatto sulle funzioni cognitive
Photo by planet_fox – Pixabay
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La molecola responsabile dei fastidiosi sintomi allergici svela un ruolo del tutto inaspettato all’interno del nostro cervello, migliorando le prestazioni cognitive e l’accuratezza del ricordo.

Istamina e memoria: l’inaspettato impatto sulle funzioni cognitive
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Tutti conosciamo i disagi stagionali legati ai pollini o le reazioni allergiche scatenate da allergeni comuni, fastidi che ci spingono a cercare sollievo immediato. Eppure, il responsabile biologico di questi eventi nasconde un lato inedito e affascinante che lega a doppio filo l’apparato immunitario all’attività cerebrale. Recenti indagini neuroscientifiche hanno infatti portato alla luce come l’interazione tra istamina e memoria sia profonda e complessa, aprendo nuovi scenari di studio sulle reali potenzialità insite nella nostra mente.

Identikit del mediatore chimico

Prima di comprendere a fondo le recenti scoperte in ambito neurologico, è fondamentale chiarire le funzioni basilari di questo composto all’interno del nostro organismo. Tradizionalmente, la comunità scientifica classifica questa sostanza come il principale mediatore chimico delle reazioni infiammatorie e allergiche. Nel momento in cui il corpo umano entra in contatto con un elemento percepito come minaccia esterna, ovvero un allergene che per la maggior parte degli individui risulta del tutto innocuo, il sistema immunitario si attiva innescando una rapida cascata di eventi difensivi. Cellule estremamente specializzate che si trovano in prima linea, conosciute in medicina con il nome di mastociti e basofili, rilasciano massicce quantità di tale sostanza per proteggere i tessuti circostanti.

Un’emissione eccessiva o fuori dal normale controllo genera i sintomi tipici che tantissime persone sperimentano sistematicamente ogni anno, specialmente durante i mesi primaverili: fastidiose riniti, attacchi d’asma prolungati, congiuntivite, orticaria e forte prurito diffuso. Per contrastare tempestivamente questi effetti limitanti si ricorre comunemente all’uso di farmaci specifici, i ben noti antistaminici, formulati e progettati proprio con lo scopo primario di bloccare o inibire l’attività dei recettori cellulari che intercettano tale molecola, spegnendo così la reazione infiammatoria alla sua radice.

Impatto sul sistema nervoso

Gli esperti sanno da lungo tempo che l’influenza di questo composto organico non si limita esclusivamente ai tessuti periferici o alle vie respiratorie, ma si estende in modo profondo e capillare anche all’interno della complessa rete del sistema nervoso centrale. Nel cervello umano, infatti, sono presenti numerosi recettori cerebrali specifici, posizionati strategicamente in aree strettamente associate ai processi di apprendimento e alle funzioni cognitive superiores.

Un indizio cruciale ed estremamente rivelatore riguardo al legame tra istamina e memoria proveniva già dall’osservazione clinica degli effetti collaterali associati ai trattamenti farmacologici di vecchia generazione. Gli antistaminici più datati, quando assunti regolarmente per periodi prolungati da soggetti allergici, oltre a indurre una diffusa e pesante sonnolenza durante le ore diurne, tendevano a provocare un marcato offuscamento mentale, un generale rallentamento dei riflessi e una temporanea ma evidente difficoltà nel trattenere le informazioni a breve termine. Partendo dall’analisi scrupolosa di queste preziose evidenze cliniche storiche, i ricercatori hanno deciso di esplorare l’esatto opposto del meccanismo d’azione abituale: se il blocco dell’attività di questa molecola causa un oggettivo peggioramento delle capacità cognitive, cosa potrebbe accadere incrementandone artificialmente la concentrazione nelle aree cerebrali chiave?

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La ricerca di Oxford

A fornire una risposta scientifica rigorosa e ampiamente documentata a questo affascinante interrogativo ci ha pensato un team di esperti ricercatori dell’Università di Oxford, nel Regno Unito, attraverso uno studio molto accurato i cui risultati ufficiali sono stati diffusi e validati attraverso le prestigiose pagine della rivista scientifica Nature Communications.

Gli scienziati britannici hanno progettato meticolosamente un esperimento mirato, con lo scopo primario di mappare l’attività neurale in tempo reale e quantificare in modo inequivocabile l’impatto reale della sostanza sulle prestazioni mentali umane. L’indagine clinica ha coinvolto in totale un campione di sessanta volontari in ottima salute, equamente suddivisi in due gruppi distinti per garantire l’assoluta affidabilità dei dati raccolti. Al primo gruppo di controllo è stato somministrato un semplice placebo, mentre i membri del secondo gruppo hanno ricevuto una dose calcolata di pitolisant, un farmaco impiegato tradizionalmente nella pratica clinica per il trattamento specifico di disturbi invalidanti come la narcolessia. La peculiarità funzionale di questo medicinale risiede proprio nella sua straordinaria capacità di legarsi esclusivamente a una determinata e specifica categoria di recettori dell’istamina, inducendo così un rapido e significativo aumento dei livelli della molecola bersaglio in tutta la complessa architettura dell’encefalo.