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Instagram e percezione del corpo: gli effetti sul cervello

Instagram e percezione del corpo: gli effetti sul cervello
Photo by Erik_Lucatero – Pixabay
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Uno studio italiano svela come la fruizione assidua del celebre social network modifichi l’identità multisensoriale, disconnettendoci dai segnali fisici interni.

Instagram e percezione del corpo: gli effetti sul cervello
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Ti è mai capitato di fissarti allo specchio dopo ore trascorse a scorrere immagini sullo schermo, avvertendo una strana estraneità verso il tuo stesso viso? Questo fenomeno, tutt’altro che raro, rappresenta il campanello d’allarme di un processo neurologico profondo. Una recente indagine condotta da un team di ricercatori ha esplorato a fondo il legame tra Instagram e percezione del corpo. I risultati mostrano che l’immersione quotidiana in questi ambienti virtuali non genera necessariamente un immediato odio per il proprio aspetto, ma altera in maniera molto subdola e silenziosa l’integrazione tra ciò che vediamo fuori e ciò che sentiamo dentro.

Il cortocircuito multisensoriale

Il nostro cervello possiede una straordinaria capacità di stabilire i confini fisici del sé, un processo vitale noto in ambito scientifico come integrazione multisensoriale. Questa complessa abilità neurologica ci permette di unire le informazioni provenienti dall’interno del nostro organismo, ovvero i segnali interocettivi come il battito cardiaco, la tensione muscolare o il respiro, con le informazioni provenienti dall’ambiente esterno, catturate principalmente attraverso la vista e il tatto. Tale fusione costante genera il senso di incarnazione, permettendoci di abitare consapevolmente e stabilmente la nostra fisicità nella vita di tutti i giorni.

Tuttavia, l’utilizzo continuativo delle piattaforme social interviene direttamente su questo delicato equilibrio psicofisico. Per misurare la portata di questo fenomeno, i ricercatori hanno sottoposto un gruppo di novantacinque giovani adulti a un sofisticato esperimento in realtà virtuale, studiato appositamente per osservare le reazioni della mente di fronte a specifici inganni percettivi. I partecipanti, dotati di un visore, osservavano un avatar digitale subire un tocco sul viso o sull’addome, mentre nello stesso esatto istante venivano accarezzati nelle medesime zone del loro corpo fisico reale.

L’azione dello scrolling continuo

La motivazione alla base di questa estrema permeabilità neurologica risiede nella meccanica stessa dell’applicazione e nelle abitudini motorie che essa richiede. Quando interagiamo con lo schermo, compiamo una lunghissima serie di gesti ripetitivi che fondono in modo totalmente inedito la vista e il tatto. Fissiamo immagini o video luminosi mentre, simultaneamente, le nostre dita compiono l’azione di scrolling continuo sulla superficie di vetro del dispositivo. Ripetere questa esatta sequenza di micro-azioni per ore, per giorni e per anni consecutivi funge da vero e proprio campo di addestramento per il sistema nervoso, il quale va a rafforzare in maniera massiccia e strutturale le connessioni cerebrali dedicate all’elaborazione visivo-tattile e motoria.

La mente si adatta a questa iper-stimolazione, diventando un’esperta assoluta nell’associare gli input visivi digitali a quelli fisici reali. Questo adattamento costante costringe l’attenzione dell’utente a sbilanciarsi quasi interamente verso l’esterno, abituandoci in modo cronico a valutare come appariamo dal di fuori e tralasciando completamente la decodifica delle sensazioni interne. Di conseguenza, quando il cervello viene sottoposto a stimoli visuo-tattili complessi, si trova già perfettamente predisposto ad abbassare le difese spaziali, proiettando facilmente l’identità corporea dell’individuo al di fuori del corpo in carne ed ossa per agganciarla a un riflesso fittizio sullo schermo dello smartphone.

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Il recupero della consapevolezza

Contrastare questa silenziosa erosione dei confini corporei richiede un intervento mirato, costante e soprattutto consapevole da parte dell’utente. Gli esperti del settore suggeriscono che la chiave fondamentale per ristabilire l’equilibrio neurologico perduto consista nel ricalibrare intenzionalmente la nostra attenzione, spostandola con forza dal mondo esterno al mondo interno. Pratiche e protocolli psicologici basati sull’ancoraggio al momento presente, come le tecniche di mindfulness e la meditazione focalizzata, si rivelano oggi strumenti formidabili per ripristinare le corrette connessioni neurali.

Il percorso di recupero e disintossicazione percettiva passa necessariamente dall’ascolto attivo e prolungato dei segnali del proprio corpo. Concentrarsi quotidianamente sul ritmo spontaneo del proprio respiro, percepire in modo attivo il battito cardiaco o esplorare con la mente le tensioni muscolari di ciascun arto aiuta in modo decisivo a limitare il costante sovraccarico visivo imposto dagli schermi retroilluminati. Riabituare la plasticità della mente a percepire la fisicità dall’interno, e non più soltanto come un’immagine riflessa e giudicabile, non costituisce soltanto una valida e comprovata strategia per arginare lo stress quotidiano. Rappresenta a tutti gli effetti il passo fondamentale per ricostruire i confini neurologici naturali tra l’essere umano e l’incessante universo digitale, ridando finalmente centralità e dignità al corpo vissuto rispetto al corpo meramente esibito.