Un’équipe scientifica ha rilevato emissioni di metano a 4.000 metri sotto il Mar di Groenlandia. Una scoperta che apre nuovi scenari sul clima globale e la stabilità dei fondali oceanici.

Nelle profondità silenziose dell’Artico, il Mar di Groenlandia ha svelato un nuovo segreto. Una spedizione scientifica internazionale ha registrato emissioni di metano a una profondità mai raggiunta prima: circa 4.000 metri sotto il livello del mare. Un risultato che ridefinisce le nostre conoscenze sugli idrati di gas e sulle dinamiche geologiche sottomarine. L’instabilità di queste strutture potrebbe influenzare il bilancio dei gas serra e accelerare processi climatici già in corso.
Finora, fenomeni simili erano stati osservati solo lungo scarpate continentali, a profondità inferiori. La presenza di sorgenti attive in zone tettonicamente instabili, invece, apre nuove ipotesi su quanto ancora sia inesplorato il sistema di stoccaggio del metano nei fondali profondi. Un sistema che appare molto più articolato e vasto di quanto previsto.
Cos’è il “ghiaccio che brucia”?
Gli idrati di gas sono strutture cristalline solide in cui le molecole di gas, in prevalenza metano, restano intrappolate all’interno di gabbie d’acqua congelata. Per formarsi, necessitano di condizioni termodinamiche ben precise: basse temperature e altissime pressioni. Ambienti perfettamente compatibili con le profondità oceaniche e il permafrost artico.
Un solo metro cubo di questi idrati può racchiudere fino a 160 metri cubi di metano in forma gassosa. Un potenziale energetico enorme, ma anche un rischio. Il rilascio incontrollato di metano in atmosfera, causato dal riscaldamento degli oceani, potrebbe amplificare l’effetto serra e alterare gli equilibri climatici globali. Da qui l’urgenza di comprendere come queste strutture si comportano sotto stress termico e geologico.
Dove il metano trova la via di fuga
Il sito individuato nel Mar di Groenlandia è stato analizzato grazie a tecnologie oceanografiche di ultima generazione. Sonar ad alta risoluzione, mappature batimetriche e ROV (veicoli comandati da remoto) hanno permesso di osservare pennacchi acustici che segnalano la risalita del gas lungo le faglie della crosta terrestre.
Questo processo dimostra come il metano possa non solo liberarsi dai sedimenti, ma migrare verso l’alto, anche a profondità elevate. Un fenomeno accentuato in una zona dove le correnti oceaniche profonde contribuiscono alla circolazione termoalina, un motore cruciale per la regolazione climatica globale. Ma c’è di più: l’instabilità degli idrati può indebolire la struttura dei sedimenti, aumentando il rischio di frane sottomarine, con potenziali effetti a catena.

Un nuovo capitolo per la scienza climatica
Il destino del metano rilasciato in profondità resta oggetto di studio. Se una parte si dissolve e viene ossidata da batteri metanotrofi, trasformandosi in CO₂, ciò contribuisce anche all’acidificazione degli oceani. Un’altra minaccia per gli ecosistemi marini, già stressati dal cambiamento climatico.
La scoperta nel Mar di Groenlandia obbliga a rivedere i modelli di circolazione del carbonio: le emissioni profonde, se più frequenti di quanto ipotizzato, potrebbero modificare le previsioni climatiche dei prossimi decenni. Ogni nuova missione negli abissi artici è un passo avanti nella comprensione del delicato legame tra geologia, chimica marina e clima globale. L’Artico, ancora una volta, si conferma uno dei luoghi chiave per leggere il futuro del nostro pianeta.

