Non è possibile pensare l’ ambiente lontano da un “ futuro prossimo possibile”. Si spiegherebbe così la presenza del termine “sostenibilità” nel glossario di biblici volumi di scienze ambientali e di manuali di gestione della cosa pubblica. Ma la sostenibilità ha il significato di qualcosa che si sostanzia in una visione futurista con l’obiettivo di preservare le prossime generazioni? Bene.
Ora, proviamo a formulare un secondo interrogativo: l’ambiente presuppone una comunità scientifica che si occupi della qualità della futura vita del pianeta?
Anche questa volta la risposta è affermativa, la comunità scientifica agendo in supervisione troverebbe nell’etica una funzione di disincanto sulle “cose del mondo” al fine di eliminare visioni catastrofiche piuttosto che felici cartoline di paesaggi o mari incontaminati cari ai club mediterranee(ma esistono ancora?).
Qualcuno a questo punto potrebbe obiettare: una comunità scientifica che si rispetti quale approccio etico dovrà seguire? Un approccio di tipo classico (etica del dovere ad esempio) o un’etica “comunicazionale” improntata sullo scambio di feedback più o meno positivi tra scienziati?
L’etica del dovere non elude l’apporto della comunicazione, un esempio è rinvenibile nel pensiero di Jurgen Habermas, il sociologo tedesco sostiene che la comunicazione e il linguaggio sono la condizione senza la quale un discorso etico non troverebbe fondamento.
Per Habermas è nella “razionalità comunicativa” tendente alla comprensione reciproca che si fonda l’etica. Un concetto non nuovo che ritroviamo nel secondo Wittgenstein delle “Ricerche filosofiche”, il primo Wittgenstein del Tractatus non riconobbe differenza alcuna tra etica ed estetica.
In Wittgenstein si scopre il gioco linguistico e in questo la primordiale impronta della razionalità.Ritornando ad Habermas, una comunità scientifica presuppone un’etica del linguaggio al fine di rendere la comunicazione più chiara possibile, allorquando in un consesso scientifico si dovesse pervenire ad una conclusione poco chiara sarà lecito chiedere: “che cosa avete detto?” o “cosa avete fatto?”.
Spesso questo non accade e se accade resta nell’alveo di un “discorso scientifico”. A chi si possono porre queste domande ogniqualvolta vengono fatte delle “scelte oscure” a chi possiamo esprimere il nostro dissenso?Quanti rigassificatori, quanti raddoppi di raffinerie di petrolio e quanti tentativi di riqualificazione di industrie siderurgiche contestati da militanti politici in lunghissimi cortei , in tv o in spalla su testate giornalistiche cittadine.. Il “problema” sta nel riformulare l’etica del dovere e nel partire dall’ ”agisci in modo che le tue azioni sull’ambiente siano compatibili con la sopravvivenza delle generazioni future”.Da qui la bioetica assume un’a-temporalità che l’etica classica non aveva, viveva e si evolveva nel qui ed ora, tramontava nel volgere di un’esperienza di vita, un arco di tempo troppo breve sotto gli odierni cieli plumbei di anidride solforosa.Qui di seguito uno stralcio tratto da “I pareri del Comitato Bioetica e Ambiente” (1995).
I pareri del Comitato Bioetica e ambiente 21 settembre 1995
Ecologia e bioetica appartengono al ristretto, ma decisivo novero delle discipline che stanno riproponendo con forza, nel dibattito culturale e sociale contemporaneo, il problema della natura e della sua forza normativa. Un problema ritenuto dagli inizi dell'epoca moderna e da parte di tanti filosofi e giuristi alla stregua di un problema antiquato, se non addirittura epistemologicamente improponibile ma che ha riacquistato negli ultimi decenni del nostro secolo una nuova e assoluta rilevanza, a causa appunto delle gravi, angoscianti e spesso imprevedibili questioni ecologiche e bioetiche che hanno cominciato a tormentare l'umanità della fine del secondo millennio.Per quanto siano molto differenziati i singoli approcci, essi sembrano tutti concordare in questo: ecologia e bioetica richiedono soluzioni non ideologiche (cioè non volontaristiche o meramente pattizie), ma obiettive: calibrate, cioè, e verificate sulle situazioni stesse e sulle loro obiettive esigenze. Calibrate cioè primariamente non su di un calcolo economico, ma sul rispetto della natura e dell'ambiente. Aprire - e con decisione - un discorso bioetico di tal fatta è apparso al CNB, fin dal suo primo costituirsi, alla stregua di un compito indispensabile, anche se estremamente arduo. Non è infatti né nelle competenze né negli interessi del Comitato suggerire tecniche ottimali di tutela dell'ambiente. La letteratura in materia è peraltro abbondante e un lettore attento è ben in grado di trarre da essa risposte adeguate.Al Comitato spetta - come è ovvio che sia - una riflessione bioetica: e questa si condensa tutta nella percezione che l'individuazione delle tecniche di tutela dell'ambiente non è un problema tecnico, ma, per l'appunto, bioetico. E su questo piano, il cammino di riflessione da percorrere è ancora molto lungo. Il documento che si offre all'attenzione dei lettori costituisce una prima presa di posizione del CNB in materia, di carattere introduttivo e generale. Ad esso seguiranno altri, di carattere più specifico, alcuni dei quali già in fase di avanzata elaborazione.La pretesa di esaurire la riflessione sull'etica ambientale in un unico documento è stata peraltro presa in considerazione, ma è stata abbandonata dal CNB dopo una prima rigorosa ricognizione della complessità e dell'intreccio dei temi.








