1970: in America il cancerologo Van Rensselaer Potter coniava il termine bioetica, un progetto che aveva come prerequisito il miglioramento della qualità della vita servendosi dell’apporto delle scienze biologiche.Così intesa la bioetica, dis-allontanata da un sistema valoriale, avrebbe potuto prendere le forme di un progetto globale colorato da un ottimismo scientista ma Potter nel 1975 dichiarò di aver scelto il termine bio per rappresentare la conoscenza biologica ed il termine etica per indicare la conoscenza dei sistemi umani di valore; tuttavia la bioetica in quegli anni non ottenne grandi riconoscimenti in ambito accademico restando nel cantuccio della deontologia forse a causa di un eclettismo interdisciplinare che è nel suo essere: medicina in primis, filosofia, giurisprudenza, sociologia, pedagogia, scienze ambientali, hanno sin da subito rivolto lo sguardo a questa nuova realtà che tracciava le linee di demarcazione in campo bio-medico e filosofico di una nuova disciplina fenomenologicamente attenta all’esistente.L’evoluzione della bioetica non si fa attendere e fin dalla prima metà degli anni settanta, anni in cui ad Asilomar negli USA(1974) gli scienziati riuniti decisero per una moratoria delle ricerche sulle biotecnologie, si cercò di recuperare la base di una visione dell’uomo come corpo vissuto (leib) e non come semplice koerper, una visione cara alla fenomenologia Husserliana che esula da un approccio positivista e scientista.
Già con l’inizio degli anni Ottanta si delineò una prospettiva “teoretica” della bioetica grazie alla quale, in una sorta di convergenza parallela con l’etica classica, si cercò di riconsiderare il “principio morale” non più come puro decalogo da seguire solipsisticamente ma come atto di comunicazione sinergica con l’esistente. Una ricognizione, ad esempio, dei principi del soggetto autonomo e responsabile, del principio religioso, del principio di realtà, di responsabilità, di uguaglianza, di giustizia, di comunicazione, per elencarne alcuni, fu al centro di un approccio revisionista voluto dagli studiosi di filosofia morale da Karl Otto Apel a Paul Ricoeur.Nei primi anni ottanta si sentì forte il bisogno di un’ etica ambientale, economica, della cosa pubblica, proprio in un momento in cui l’etica stessa trovava difficoltà a fissare i propri principi.Così si cercò innanzitutto di dare una plurivocità di significati al termine etica e alla morale per troppo tempo relegati nell’alveo di accezioni comuni e di etimologie che avevano lo stesso significato.In effetti il ta ethe greco piuttosto che il mores latino hanno pressochè lo stesso significato: usi, costumi, usanze, consuetudini.Solitamente quando si parla di principi si preferisce usare il termine “morale”, principio morale, etico è invece tutto ciò che decostruisce e spiega il principio morale.Volgere il proprio interesse alla decostruzione o se vogliamo ad una “strategia di ascolto” potrebbe essere un punto di partenza prima di inoltrarsi nei “problemi” filosofici che, a partire dal Principio Responsabilità(1979) di Hans Jonas e ancor prima dall’etica del dovere kantiana, hanno acceso interminati dibattiti accademici in questo ultimo ventennio.Ed è in questa direzione che si pone oggi la bioetica: uno sguardo sull’esistente che riflette una miriade di colori da ridefinire alla luce di un’etica classica ridisegnata... un po’ come accade quando si cerca nel cielo l’arcobaleno: lo si vede soltanto ponendosi con le spalle al sole.








