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Alla fine del 1997, nell’ambito dei lavori della Convenzione sul cambiamento climatico (che era stata firmata a Rio de Janeiro nel 1992), gli stati hanno finalmente definito il Protocollo di Kyoto, stabilendo per la prima volta limiti vincolanti per le emissioni di carbonio. Tuttavia gli anni del dopo Kyoto sono stati segnati dal perdurante disaccordo sulle modalità e persino sull’opportunità di attuare i provvedimenti già decisi. I negoziati si sono più volte arenati sulle azioni spettanti a ciascun paese allo scopo di ridurre complessivamente del 5.2% le emissioni di gas serra rispetto al 1990. Particolarmente problematica è la questione di come le emissioni debbano essere distribuite tra i paesi industrializzati e quelli in via di transizione (ex URSS). Per la maggior parte la riduzione pattuita si aggira intorno al 6-8%, ma sono previste notevoli eccezioni, come un incremento dell’8% concesso all’Australia. A causa della recessione economica le emissioni della Russia erano scese nel 1995 del 29% rispetto al 1990 e nel 1997 quelle dell’Ucraina erano diminuite del 40%; perciò queste ultime nazioni sono autorizzate ad aumentare considerevolmente le loro emissioni (essendo già sotto i valori del 1990) (Canigiani, 2003).
Riguardo alla questione fondamentale relativa agli strumenti di attuazione degli obiettivi proposti, accesi dibattiti ha suscitato il sistema dei “meccanismi flessibili” introdotto dal Protocollo di Kyoto: la cosiddetta implementazione congiunta (Joint Implementation), ossia la possibilità di ottemperare agli obblighi congiuntamente, in base ad accordi tra due o più paesi; la creazione di un fondo per lo sviluppo pulito (Clean Development Mechanism), con l’obiettivo di rilanciare la collaborazione fra i paesi industrializzati e i paesi in via di sviluppo, i quali sono vincolati ad assumere azioni di monitoraggio e controllo delle emissioni (i paesi industrializzati che investono in tecnologie pulite in un paese in via di sviluppo possono in tal modo far valere come proprie, cioè come crediti, le riduzioni di emissione così ottenute); infine il commercio dei permessi (Emission Trading), ossia la possibilità di trasferire, da parte di un paese, o acquistare, da parte di un altro, i propri diritti di emissione. A paesi come la Russia e l’Ucraina vengono in tal modo assegnati diritti di emissione che possono rendere miliardi di dollari (Canigiani, 2003). Tra gli aspetti più controversi e dibattuti c’è il coinvolgimento o meno dei paesi in via di sviluppo. Dobbiamo ricordare che nessuna limitazione è prevista per i paesi poveri; si ritiene cioè che debbano essere i paesi industrializzati ad impegnarsi per primi, come stabilito dalla Convenzione sul clima del 1992, dal momento che i loro livelli pro capite di emissioni di carbonio sono sei volte superiori a quelli del Terzo Mondo (le emissioni pro capite cinesi, che si attestano sulle 0.68 tonnellate, sono un settimo di quelle degli Stati Uniti e ben al di sotto della media globale di 1.1 tonnellate). Tuttavia l’assenza dei paesi in via di sviluppo al tavolo del negoziato condiziona non poco l’obiettivo ultimo della Convenzione, ossia quello di contenere e ridurre le concentrazioni globali di CO2 in atmosfera per stabilizzare il clima. L’impegno dei paesi industrializzati rischia di essere vanificato, se non si riuscirà a coinvolgere tutti i paesi, o almeno quelli con emissioni più rilevanti, come ad esempio la Cina e l’India. D’altra parte l’impegno contenuto nel Protocollo, entrato in vigore nel febbraio 2005, dopo la ratifica da parte della Russia, non rappresenta che un piccolo passo su quella che sarà una strada lunga e difficile: per conseguire gli obiettivi disposti dalla Convenzione e scongiurare il rischio di pericolose interferenze delle attività umane sul clima. Ciò che sconcerta è la posizione assunta in questi anni dagli Stati Uniti, i quali, benché responsabili di circa un quarto delle emissioni globali di carbonio (con il 5% della popolazione mondiale, coprono il 36% del consumo energetico dell’intero pianeta) e benché dotati delle risorse finanziarie e tecnologiche necessarie a contenere le emissioni, continuano ad essere riluttanti a qualsiasi impegno contro il cambiamento climatico. |